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Fiamme proibite: L'inizio


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
01.08.2025    |    8.450    |    3 9.7
"Era come se sapesse, come se il mio segreto fosse scritto sul mio corpo, nei miei occhi nocciola che non riuscivano a sostenere il suo sguardo..."
Mi chiamo Sofia, e nel 2007 avevo diciotto anni, un’età in cui il mondo sembrava un mosaico di possibilità, dipinto con i colori vividi dei miei desideri. Ero una ragazza minuta, alta appena un metro e sessanta, con un corpo scolpito da ore di danza e palestra. Le mie gambe affusolate si muovevano con una grazia che attirava gli sguardi, e i miei piedini piccoli, sempre curati con smalto rosso scarlatto, erano un dettaglio che non passava inosservato. Le mie mani delicate, anch’esse adornate di rosso, accarezzavano il mondo con una sensualità che non sapevo ancora controllare. I miei capelli mossi, scuri come il cioccolato fondente, cadevano sulle spalle, incorniciando occhi nocciola profondi, che sembravano custodire segreti che nemmeno io conoscevo. Il mio seno, una seconda soda e sfrontata, spesso si liberava dal reggiseno, perché amavo sentirmi leggera, quasi nuda sotto i miei vestiti provocanti.
La casa di Matteo, il mio fidanzato, era diventata il mio rifugio. Era una villa su più livelli, con un giardino che profumava di gelsomino e rosmarino, e interni che sembravano usciti da una rivista di design degli anni ’90, con divani in pelle color crema e tende pesanti di velluto bordeaux. L’estate del 2007 era torrida, e l’aria era densa di promesse non dette. Passavo sempre più tempo lì, aiutando la madre di Matteo, Laura, con le faccende domestiche mentre lei era al lavoro. Ma non era Laura a occupare i miei pensieri. Era Giorgio, il padre di Matteo, un uomo sulla cinquantina, riservato, con un’aura di autorità che mi faceva tremare le ginocchia. I suoi occhi, di un grigio acciaio, mi seguivano quando attraversavo le stanze, e il suo profumo – un mix di tabacco, muschio e sudore maschile – mi restava addosso come un ricordo proibito.
Amavo vestirmi in modo che ogni mio movimento fosse un invito. Leggings aderenti che accarezzavano le mie cosce, gonne cortissime che lasciavano intravedere il pizzo del mio perizoma, camicette scollate che si aprivano appena quando mi chinavo. Non indossavo quasi mai il reggiseno, e il tessuto leggero dei miei vestiti tradiva la forma dei miei capezzoli quando l’aria si faceva fresca. I tacchi a spillo, che ticchettavano sul parquet, erano la mia firma, un suono che annunciava la mia presenza. Sapevo che Giorgio mi guardava, e quel pensiero mi accendeva. Non era solo il suo sguardo; era il modo in cui mi chiedeva di portargli una birra, un accendino, il telecomando, con quella voce bassa che sembrava ordinarmi di esistere solo per lui. E Matteo? Matteo lo sapeva. Lo vedevo nei suoi occhi, nel modo in cui si assentava improvvisamente, lasciandomi sola con suo padre. Non ne parlavamo mai, ma il suo desiderio di vedermi desiderata era un fuoco che bruciava tra noi.

Era un mercoledì di agosto, e l’aria era pesante, impregnata dell’odore di asfalto caldo e fiori appassiti. Matteo mi aveva chiesto di dormire a casa sua la sera prima, sapendo che Giorgio sarebbe stato di riposo il giorno dopo. Quella mattina, si alzò presto, borbottando qualcosa su un impegno improvviso. Lo guardai uscire, il cuore che batteva forte, un misto di paura e anticipazione. Indossavo un vestitino di seta nera, corto e trasparente, che lasciava intravedere il perizoma di pizzo rosso. Senza reggiseno, i miei capezzoli premevano contro il tessuto, tradendo il mio desiderio. I miei piedi, con le unghie scarlatte, erano infilati in un paio di sandali con tacchi sottili. Mi sentivo esposta, vulnerabile, ma anche potente.
In cucina, il profumo del caffè appena fatto si mescolava a quello della mia pelle, scaldata dal sole che filtrava dalle finestre. Chiudevo le tende, il tessuto leggero che scivolava tra le mie dita, quando sentii dei passi alle mie spalle. Era Giorgio, in slip neri, il corpo robusto e segnato dal tempo, ma ancora possente. Il suo odore mi colpì come una carezza ruvida: tabacco, muschio, e qualcosa di più primordiale, un’essenza di maschio che mi fece stringere le cosce. Si avvicinò, troppo vicino, e mi abbracciò da dietro. Le sue mani grandi si posarono sui miei fianchi, e il suo respiro caldo mi sfiorò il collo. “Buongiorno, Sofia,” mormorò, la voce che vibrava contro la mia pelle.
“Buongiorno,” risposi, la voce incrinata, mentre il mio corpo si tendeva verso di lui, tradendo la mia volontà. Mi voltai, e i suoi occhi grigi mi inchiodarono. Non parlammo. Non ce n’era bisogno. Si allontanò, diretto al soggiorno, e io lo seguii, come ipnotizzata. Chiuse le finestre, il buio che calava rendendo l’atmosfera più intima, più pericolosa. Si sedette sul divano, le gambe aperte, e io gli portai il caffè, il vassoio che tremava leggermente nelle mie mani. Mi sedetti accanto a lui, il cuore che martellava. Accese una sigaretta, il fumo che si mescolava al suo profumo, e io mi avvicinai, sfiorandogli la coscia con la mano.

Non so chi fece la prima mossa. Forse fui io, con le dita che scivolarono sul suo slip, sentendo la sua erezione crescere sotto il tessuto. O forse fu lui, che abbassò le spalline del mio vestitino, liberando i miei seni. Il suo tocco era deciso, quasi rude, ma c’era una venerazione nei suoi gesti, come se stesse scoprendo un tesoro proibito. I miei capezzoli si indurirono sotto le sue dita, e un gemito mi sfuggì dalle labbra, un suono che sembrava appartenere a un’altra donna.
“Sei bellissima,” sussurrò, la voce rauca, mentre mi guardava con una fame che mi spaventava e mi eccitava. Mi abbassai, tirando giù il suo slip, e il suo membro si rivelò: grande, nerboruto, con vene che pulsavano sotto la pelle tesa. Il suo odore era inebriante, un mix di sudore e sesso che mi fece girare la testa. Lo presi in mano, la mia pelle chiara contro la sua, e lo accarezzai lentamente, sentendo la sua durezza, il calore che emanava. Poi, senza pensare, mi chinai e lo presi in bocca. Il suo sapore era salato, intenso, e il modo in cui gemeva – basso, profondo – mi spingeva a continuare, a succhiarlo con più avidità. Le mie labbra scivolavano su di lui, la lingua che esplorava ogni centimetro, mentre le sue mani si intrecciavano nei miei capelli, guidandomi senza forzarmi.
Ma Giorgio non era uomo da lasciarsi andare così. Mi fermò, sollevandomi con una forza che mi fece sentire piccola, fragile. Mi fece stendere sul divano, il cuoio fresco contro la mia pelle accaldata. Mi aprì le gambe, il perizoma che scivolava di lato, e la sua bocca trovò la mia intimità. La sua lingua era lenta, deliberata, e ogni movimento mi strappava un gemito. Sentivo il calore del suo respiro, il pizzicore della sua barba contro le mie cosce, e il mondo si ridusse a quella sensazione. Le sue labbra succhiavano, la lingua esplorava, e io mi inarcavo, le mani che afferravano il divano, le unghie che lasciavano segni sulla pelle.
Il pizzicore della sua barba contro l’interno delle mie cosce, il calore umido della sua bocca che succhiava il mio clitoride, il ritmo implacabile della sua lingua che sembrava conoscere ogni mia debolezza – tutto mi aveva portato al confine del piacere. I miei gemiti si intrecciavano con le note lontane di “Back to Black” di Amy Winehouse, che filtravano da una radio dimenticata, una melodia che amplificava l’urgenza del momento. Ero già un fascio di nervi scoperti, il corpo che tremava, il cuore che martellava come se volesse scappare dal petto.
Giorgio si sollevò, i suoi occhi grigi, duri come acciaio, che mi trapassavano. C’era fame nel suo sguardo, ma anche una sorta di reverenza, come se fossi un frutto proibito che non osava cogliere del tutto. Baciò il mio stomaco, lasciando una scia di fuoco sulla mia pelle, poi salì ai miei seni, mordicchiando i capezzoli con una delicatezza che mi fece gemere. Ogni morso era un lampo di piacere, un’esplosione che mi attraversava, facendomi inarcare verso di lui. Le sue labbra trovarono il mio collo, poi l’orecchio, e il suo respiro caldo mi fece rabbrividire. “Sofia,” sussurrò, la voce un ringhio basso, “sei un incendio.”
Non risposi. Non potevo. Il mio corpo parlava per me, le gambe che si aprivano, i fianchi che si sollevavano, implorandolo. Sentii la punta del suo membro premere contro di me, grande, nerboruto, pulsante di vita. Il suo odore mi avvolse, un mix inebriante di muschio, sudore e puro sesso, un profumo che mi fece girare la testa. La penetrazione fu lenta, quasi insopportabile. Il suo cazzo era più grande di quanto fossi abituata, e il mio corpo si tese, accogliendolo con una resistenza che si sciolse in piacere. Ogni centimetro che entrava era un’invasione, una conquista che mi faceva sentire piena, vulnerabile, ma anche potente. Le sue vene pulsavano contro le mie pareti, il calore del suo membro che sembrava bruciare dentro di me.
“Dimmi che lo vuoi,” mormorò, la voce spezzata, e io annuii, le parole intrappolate in gola. Le mie mani, con le unghie scarlatte, si aggrapparono alle sue spalle, sentendo la durezza dei suoi muscoli. Cominciò a muoversi, un ritmo lento ma deciso, ogni spinta un’onda che mi travolgeva. Sentivo ogni dettaglio: la pressione del suo cazzo che si insinuava più a fondo, il modo in cui il mio corpo si adattava a lui, il suono umido dei nostri corpi che si incontravano. Il piacere cresceva, un fuoco che si accendeva nel mio ventre, irradiandosi fino alle dita dei piedi, che si arricciavano nei sandali.
La stanza svanì, ridotta al nostro respiro, al calore della sua pelle, al profumo di sesso che si mescolava al tabacco della sua sigaretta spenta sul tavolino. I miei seni sobbalzavano a ogni spinta, i capezzoli duri che sfregavano contro il suo petto, mandandomi scariche di piacere. “Più forte,” sussurrai, la voce roca, e Giorgio obbedì, il ritmo che accelerava, ogni affondo più profondo, più urgente. Il mio clitoride sfregava contro la base del suo membro, e il piacere divenne insostenibile, un’onda che minacciava di spezzarmi. Chiusi gli occhi, e dietro le palpebre vidi esplosioni di rosso e viola, colori che danzavano al ritmo del mio cuore.

Il mio primo orgasmo fu un uragano. Arrivò senza preavviso, devastante, un’esplosione che mi fece gridare, il corpo che si inarcava contro di lui. Sentii il calore bagnato colare lungo la mia fica, un flusso caldo e abbondante che inzuppò il suo cazzo, scivolando lungo le mie cosce e bagnando il cuoio del divano. Il mio corpo tremava, le gambe che si stringevano intorno ai suoi fianchi, come se volessi trattenerlo per sempre. “Dio, Giorgio,” gemetti, la voce spezzata, mentre le ondate di piacere mi scuotevano, lasciandomi senza fiato. Il suo membro, ancora duro dentro di me, era scivoloso, rivestito del mio piacere, e ogni movimento amplificava le sensazioni, rendendomi ipersensibile.
Ma Giorgio non era ancora soddisfatto. Sentii il suo corpo irrigidirsi, il ritmo che rallentava, forse per trattenersi, e con un movimento rapido mi fece salire sopra di lui. “Voglio guardarti,” disse, la voce rauca, mentre mi posizionava a cavalcioni. Le sue mani afferrarono i miei fianchi, guidandomi, e io scesi lentamente, sentendo ogni centimetro del suo cazzo che mi riempiva di nuovo. Il controllo era mio, ora, e lo cavalcai con una lentezza deliberata, i fianchi che si muovevano in cerchi, il mio clitoride che sfregava contro di lui. Ogni movimento era una tortura dolce, un piacere che si costruiva strato dopo strato. Le mie mani erano sul suo petto, le unghie che graffiavano leggermente la sua pelle, e i miei capelli mossi cadevano sul viso, sfiorando i suoi occhi.

Il secondo orgasmo mi colse di sorpresa, più lento ma altrettanto intenso. Fu come un’onda che si infrangeva piano, ma con una forza che mi fece tremare. Gemetti, il suono che si mescolava al suo respiro, e sentii il mio corpo contrarsi intorno a lui, stringendolo, come se volessi imprigionarlo. Il calore del mio piacere colava di nuovo, bagnandolo, rendendo ogni movimento più fluido, più intimo. “Sofia,” grugnì, il suo corpo che si tendeva sotto di me, e capii che era al confine.
Provò a scostarsi, un gesto istintivo, forse per trattenersi o per proteggermi, ma io non volevo lasciarlo andare. Lo volevo tutto, volevo il suo abbandono, la sua essenza dentro di me. Conficcai le unghie nel suo petto, lasciando segni rossi che sembravano urlare il mio desiderio, e lo guardai negli occhi, il mio sguardo nocciola che bruciava di passione e sfida. “Arrivami nella fica,” ordinai, la voce bassa, vibrante, un misto di supplica e comando. “Voglio la tua sborra.”
Quelle parole lo spezzarono. Emise un gemito profondo, quasi animalesco, e il suo controllo si frantumò. Le sue mani mi strinsero i fianchi con una forza che mi avrebbe lasciato segni, e le sue spinte divennero frenetiche, il suo cazzo che pulsava dentro di me. Sentii il momento esatto in cui si lasciò andare: un calore improvviso, denso, che mi riempì, un’onda calda e abbondante che sembrava non finire mai. Il suo seme era bollente, un marchio liquido che mi faceva sentire sua, posseduta. Ogni pulsazione del suo membro era un’eco del mio piacere, un prolungamento dell’estasi che ci univa. Le mie unghie si conficcarono più a fondo, e lui grugnì, il suo corpo che tremava sotto di me, il respiro che si spezzava in rantoli.
Rimanemmo immobili per un istante, i nostri corpi intrecciati, il suo peso che mi ancorava al momento. Sentivo il suo seme scivolare dentro di me, un calore che mi completava, un’intimità che era anche trasgressione. Il profumo di noi – sudore, sesso, muschio – era ovunque, un odore che mi avrebbe perseguitata. La sua fronte era appoggiata alla mia, il suo respiro caldo contro le mie labbra, e ci guardammo, senza parole, solo il battito dei nostri cuori a riempire il silenzio.
Quando Matteo tornò, il suo ingresso mi svegliò come un fulmine silenzioso. La porta della camera si chiuse con un clic deciso, un suono che echeggiò nel mio cuore già in tumulto. Ero sdraiata sul suo letto, il corpo ancora pulsante, il vestitino di seta nera sgualcito che mi copriva a malapena, il perizoma di pizzo rosso abbandonato chissà dove. Il profumo di Giorgio – muschio, tabacco e sesso – era ancora sulla mia pelle, un marchio che mi faceva sentire esposta, colpevole. Matteo si spogliò senza dire una parola, i suoi movimenti fluidi e sicuri, e quando i suoi occhi incontrarono i miei, vidi qualcosa di diverso: un’intensità che mi spaventò e mi attirò. Era come se sapesse, come se il mio segreto fosse scritto sul mio corpo, nei miei occhi nocciola che non riuscivano a sostenere il suo sguardo.
Mi sollevò il lenzuolo, scoprendo la mia pelle accaldata, e sorrise. “Eri già pronta per me?” disse, la voce bassa, carica di un desiderio che non riuscivo a decifrare. Il suo tono era un misto di gioco e accusa, e il mio stomaco si strinse. Provai a deviarlo, un riflesso istintivo per proteggere il mio segreto. “Matteo, aspetta,” mormorai, la voce tremula, tentando di richiudere le gambe, ma lui fu più veloce. Le sue mani, gentili ma ferme, mi aprirono, e il suo viso si abbassò tra le mie cosce. Il mio cuore si fermò. Sapevo cosa avrebbe trovato: il calore umido della mia fica, ancora piena del seme di suo padre, un’evidenza che non potevo nascondere.

La sua lingua mi sfiorò, e io mi irrigidii, il corpo teso come una corda. L’imbarazzo mi travolse, un’ondata di calore che mi fece arrossire il viso, il petto, le cosce. Sapevo che poteva sentire il sapore di Giorgio, salato e intenso, mescolato al mio piacere. Ogni tocco della sua lingua era una prova del mio tradimento, e il mio primo istinto fu di fermarlo, di scappare. “Matteo, no, non ancora,” sussurrai, la voce incrinata, ma lui non si fermò. Anzi, il suo respiro accelerò, un suono roco che tradiva eccitazione. Le sue dita scivolarono dentro di me, trovandomi bagnata, piena, e un gemito gli sfuggì, profondo, quasi animalesco. Mi leccava con una dedizione che mi confuse, la sua lingua che esplorava ogni piega, succhiando il mio clitoride con una dolcezza che contrastava con la forza delle sue mani.
L’imbarazzo si mescolò a un piacere colpevole, un’onda che mi travolse contro la mia volontà. Il suo tocco era diverso da quello di Giorgio, più gentile, ma altrettanto deciso, come se volesse reclamarmi, assaporare ciò che suo padre aveva lasciato. Chiusi gli occhi, le lacrime che mi pungevano, non di tristezza ma di un’emozione che non sapevo nominare. Il mio corpo tradì la mia mente, i fianchi che si muovevano verso di lui, le unghie scarlatte che afferravano le lenzuola. Quando Matteo si alzò, il suo membro duro e pulsante, mi sollevò con una forza che mi sorprese. Mi penetrò senza preavviso, un affondo deciso che mi fece gemere, il suo cazzo che scivolava facilmente in me, lubrificato dal mio piacere e dal seme di Giorgio.
“Sofia,” sussurrò, la voce rauca, mentre mi prendeva con spinte sempre più intense, “sono contento di trovarti piena.” Quelle parole mi colpirono come un fulmine, spezzando il velo di vergogna. Non capii subito, ma poi i suoi occhi incontrarono i miei, e un’intesa silenziosa passò tra noi, un patto non detto che mi fece tremare. Mi abbracciò, le sue labbra che cercavano le mie con una passione che era anche perdono, e io ricambiai, le lacrime che mi rigavano le guance. “Grazie,” sussurrai, la voce spezzata, non sapendo se lo ringraziavo per il suo amore o per il desiderio di condividere il mio peccato.
Quel “grazie” fu una liberazione. Mi abbandonai a lui, il corpo che si arrendeva, il cuore che si apriva. Le sue spinte divennero più forti, più profonde, ogni affondo un’esplosione di piacere che mi portava più vicina al confine. Il mio terzo orgasmo mi travolse, un’onda lenta ma potente che mi fece gridare, il corpo che si contraeva intorno a lui, le cosce che tremavano. Il calore del mio piacere colava di nuovo, bagnandolo, mescolandosi al seme di Giorgio, un’unione proibita che mi faceva sentire viva. “Matteo,” ansimai, guardandolo negli occhi, il mio desiderio che bruciava più forte della colpa. “Voglio anche la tua sborra dentro, subito,” ordinai, la voce vibrante, un comando che nasceva dal profondo della mia anima.
Matteo gemette, il suo ritmo che accelerava, il suo cazzo che pulsava dentro di me. Sentii il momento in cui si lasciò andare, un calore nuovo, denso, che mi riempì, un’onda che si univa a quella di Giorgio, completando il mio abbandono. Le sue spinte rallentarono, il suo corpo che tremava contro il mio, e ci abbracciammo, il nostro respiro che si mescolava, il profumo di sesso e amore che ci avvolgeva. In quel momento, non c’era più vergogna, solo noi, uniti da un desiderio che era più grande di qualsiasi regola.

Quella mattina cambiò tutto. Giorgio e io non parlammo di quel che era successo, ma i suoi sguardi continuavano a cercarmi, e io continuavo a provocarlo, vestendomi sempre più audace, sapendo che Matteo lo desiderava. La casa divenne un teatro di desideri non detti, con la musica dei Negramaro o di Amy Winehouse che risuonava dal mio iPod, mescolandosi al profumo di caffè e gelsomino. Ogni stanza era intrisa di noi tre, dei nostri segreti, dei nostri piaceri.
Amavo Matteo, ma Giorgio era una fiamma che non potevo spegnere. La paura di essere scoperta si mescolava al brivido di essere desiderata, e il mio corpo rispondeva a entrambi, incapace di scegliere. Ero preda e predatrice, una ragazza che scopriva il potere della sua sensualità, ma anche la fragilità del suo cuore.
Gli anni passarono come un soffio, portando con sé il peso dolce della vita: Matteo divenne mio marito, il padre dei nostri figli, l’uomo con cui costruivo giorni fatti di risate, routine e amore quotidiano. Ma quel giorno d’agosto del 2007, con il suo profumo di gelsomino, tabacco e peccato, fu solo l’inizio della nostra storia, un segreto che non svanì mai. Non fu solo un episodio isolato, un fuoco che bruciò e si spense; fu l’inizio di una relazione più profonda, un intreccio di desideri che coinvolse me, Matteo e Giorgio in un gioco silenzioso, mai confessato, ma sempre presente.
Quel segreto divenne la miccia che accendeva la nostra passione. Non ne parlavamo apertamente – le parole avrebbero spezzato l’incanto, reso troppo reale ciò che viveva nella penombra dei nostri sguardi – ma era lì, vivo, in ogni tocco, in ogni notte in cui i nostri corpi si cercavano con un’urgenza che non si spiegava con il solo amore.
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